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Diario di una quasi trentenne disadattata.
20 luglio 2017
Ok.
Riprendiamo il discorso.
Dal basso dei miei 29 anni credo di avere delle opinioni ben precise in merito alla gente ormai. L'evoluzione sociale e antropologica del genere umano comincia farsi stranamente chiara e tutte le contraddizione escono fuori con una trasparenza che, che cazzo, perchè prima non la vedevo?
Come ho fatto a non accorgermi di tutti quegli atteggiamenti falsi, costruiti ,artificiali, copiati, spesi, comprati, imitati, sottomarcati? 
Ma dunque, andiamo con ordine. 
A quasi 30 anni mi sono resa conto che quella che pensavo fosse la mia migliore amica, coosciute a 9 anni circa, con la quale ho condiviso gli anni più delicati della mia vita, nonchè cibo sonno e pidocchi, è una stronza megalomane, snob e invidiosa del mondo intero; una stronza che mi ha umiliato nel modo peggiore possibile, una gran troia da invidia alle peggiori telenovele spagnole; alla fine, ci sta, chi nasce con i soldi nasce anche con la merda sotto il naso, pronta a buttarla addosso alle persone che credono stiano sotto di se, senza misura, senza pudore, dall'alto del loro piedistallo fatto di soldi e finzione, tradimenti, invidia e sogni sotterrati, ti guardano e giudicano. Dall'alto siamo tutti più bravi a giudicare, a indicare, puntare il dito e dire "io sono migliore".
Riconosco a braccia aperte di non essere migliore di altri, ho capito solo troppo tardi che le persone vanno risposte senza misura, bisogna impedire loro di schiacciarti, di trattarti con sufficienza. 
Ho sempre vissuto con una certa poesia i rapporti, ma la verità è che la poesia ad un certo punto deve lasciar spazio ai vaffanculo, ma quelli belli pieni, rotondi, che ti riempiono la bocca; quelli che danno soddisfazione jamm. 
Alla soglia dei trent'anni ci dichiariamo oramai cresciuti, pronti a prendere decisioni importanti, a "tirare le somme dei rapporti": questa è stata la frase che più di tutti mi ha fatto risalire un rigurgito di ipocrisia, lo stesso che ho ingoiato ad occhi chiusi per anni, chiusa e rinchiusa nei rapporti di questa cittadina di provincia brulicante di blatte e fumo tossico, di fuoco tossico e ideologie che vanno urlate a voce alta e basta. Tirano le somme, giudicano le persone, chiudono i rapporti ma sono pronte ad inginocchiarsi al primo sguardo di un uomo che le ha sempre trattate male. 
Ma no, la coerenza va tarata. Va applicata su misura della persona con la quale hai a che fare.
Alla soglia dei 30 anni ho capito che mi sono sempre circondata di uomini piccoli, incapaci coltivare il mio fuoco creativo, amebi senza spina dorsale e volontà. 
A quasi 30 anni mi sono ritrovata finalmente in un rapporto dove non devo giustificare i miei successi, il mio rotolino sulla pancia e i miei sorrisi finti: ho sempre permesso loro di giudicarmi, di valutarmi, di dirmi cosa fosse giusto e cosa invece fosse sbagliato. A quasi 30 anni finalmente ho trovato un angolo di pace che si chiama Amore, e che mi fa sentire giusta. Mi fa sentire sana, senza difetti. 
Ma non parlerò di lui.
Questo è un post troppo sporco per includerlo. 
Dicevo. 
A quasi 30 anni ho perso anche l'amicizia del mio migliore amico, incapace di sopportare che mi fossi innamorata del suo migliore amico; sono stata giudicata, alla fine, anche da lui; si è schierato dal lato di quelli "ma tu sei sparita", pronto a puntare il dito, anche lui, contro di me. 
A quasi 30 anni, ho scoperto che mi posso sfondare di lavoro. Che, cazzo, ce la faccio a fare due lavori, a tornare a casa solo per pranzo, che sono forte, che vado avanti e indietro, che sono una donna a tutti gli effetti e che non ho paura di cedere perchè non lo farò.
A quasi 30 anni mi sono trovata ad un passo dal sogno della mia vita, per poi rendermi conto che oramai era tardi e che dovevo farlo prima; gli ho chiuso la porta in faccia e quel rumore velenoso me lo porterò dietro per tutta la vita. Tuttavia tengo quella mail conservata, quella prova inconfutabile che allora esiste un posto nel mondo per me, e che anche se non ne ho mai preso possesso e che mai lo farò, esiste; non sono io ad essere sbagliata.
Non è sbagliato il modo in cui io vedo la vita e la leggo con parole scritte. 
Era il mio posto nel mondo, e ho dovuto rinunciarci.
Mi sono rimboccata le maniche. Ok, va bene, non importa.
Sono andata avanti, mi sono lanciata in lavori che non mi piacciono, che mi fanno sentire stretta,morta e deserta. In lavori che uccidono la mia fantasia e la mia poesia. Non scrivo più favole da mesi ormai, non ho neanche il tempo per scrivere questo post. Dovrei essere in bagno a prepararmi per una serata d'ufficio. Ma rischiavo di vomitare il mio odio su chiunque.
Sono diventata così, inaccostabile, avvelenata, arrabbiata.
Arrabbiata con il mondo, con me stessa, con le persone che sorridono, che vanno al mare, che si divertono e riescono a restare sveglie quando io vado addormentandomi ovunque.
Ho conosciuto e abbracciato la rabbia sorda e frustrante, quella che devi soffocare insieme all'acqua che non sta mai in frigo ma hai sete e te la devi bere per forza. 
Ecco, ritornano a farmi arrabbiare. 

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permalink | inviato da Isilia il 20/7/2017 alle 17:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
E tu, continui a non farti sentire.
25 ottobre 2015

Ha ragione Adam Levine quando dice che siamo tutti stelle perse.
Personalmente è così che mi sento.
Sto vagando ancora una volta nel limbo dell'ennesima storia che sta per finire.
Sento di nuovo il mio cuore tendere come una corda, sforzarsi di restare in piedi, ignorando le spinte della mia testa che vuole farlo crollare a tutti i costi. C'è più lucidità questa volta. Non ci sono lacrime e disperazioni. C'è solo una profonda, e immensamente fredda, delusione.
Come potrei mai. Come potrei mai amare ancora?
Come potrebbe essere davvero possibile?
Come potrei ridere così tanto? E come potrei passare ore e ore tra le lenzuola, ancora una volta?
Come potrei trascorrere ore a parlare in riva al mare?
Come potrei sopportare il freddo e la pioggia e lo stress e i dolori senza gli occhi suoi verdi e immensi?
Dentro di me, nel profondo buio inquieto che tendo ad ignorare, c'è una voce che ripete che in fondo ho sempre saputo di dover stare da sola. Questo buio che poi, più passa il tempo più diventa sereno e rassicurante. 
Ma alla fine di tutto, si riduce ad un'unica cosa, ed è sempre la stessa. 
Sono consacrata all'altare delle promesse non mantenute.
Cambiano solo gli abiti di cui sono vestite. Ma son sempre loro. 
Ero andata lontano questa volta, sai?
Avevo percorso kilometri e kilometri. Avevo già pianificato la colazione ogni mattina, e i litigi su quale tipo di carne comprare; avevo previsto le serate spese a dare forma ad un divano nuovo, e sognavo un luccichio alla mia mano; mi sono vista passare davanti le chiese che ho furtivamente visitato; gli abiti che mi potevano stare bene e l'immagine di te che mi aspettavi all'altare; ho immaginato, per ore e ore, il tuo volto e la tua espressione mentre ti venivo incontro al braccio di mio padre; ho immaginato i viaggi e le vacanze; lo shopping e gli aperitivi; i litigi e i giorni senza parlarci; ho visto le nostre vite trascorrere bene e nel benessere; ho sognato dei piedini scalzi correnti per casa, e aveva i miei occhi e i tuoi capelli. 
Sono andata troppo avanti. Ho lasciato che i miei anni mi rendessero il conto di qualcosa che ha a che fare con la pura biologia. Pensavo di averti affianco. Pensavo che avresti davvero dato il meglio di te. Pensavo che, per me, avresti raggiunto velocemente i tuoi obiettivi. Pensavo che, come me, scalpitavi dalla voglia di iniziare una vita insieme. Pensavo che ci tenessi. Pensavo che fosse il tuo obiettivo principale. La meta a cui puntare.
Ovviamente mi sono, di nuovo aggiungerei, costruita tutto da sola.
Una solfa che si ripete insomma. 
Mi sono lasciata andare così tanto questa volta. E non di quell'amore adolescenziale e insensato.
Il mio amore per te è molto più profondo e radicato.
Approfondito ed osservato. Ti osservavo nei dettagli e mi innamoravo ogni giorno di più. Ogni risata era un passo più in alto. Ti ho assaporato lentamente, e con gusto, scoprendo sempre di più. Fino al punto in cui sono adesso; fino al punto in cui mi sono lasciata andare completamente, senza alcun dubbio, con piena fiducia e felicità.
Ma. Ancora una volta.
Nessun uomo è in grado di fare sacrifici per me. 
Ed è questa la somma verità.
E ora penso che devo cominciare di nuovo quel percorso terribile, e sono consapevole che questa volta sarà orribile. Dovrò sganciarti da troppe cose. Dovrò liberarmi di troppi riflessi lasciati da te. Dalla tua costante presenza. Dentro di me, so che devo farlo, me lo devo. Non vorrei, ma devo farlo. E ora ricominceranno le notti insonni, e il cibo insapore e l'inverno e il freddo senza di te, il divano vuoto e l'auto sempre congelata. 
Per lo meno ho un lavoro adesso. Mi ci inchiodo la testa credo.
Mi sento veramente ridicola e avvilita.
E tu, continui a non farti sentire. 



permalink | inviato da Isilia il 25/10/2015 alle 19:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Possessioni.
1 giugno 2015
https://www.youtube.com/watch?v=4XqxPew-MlE



permalink | inviato da Isilia il 1/6/2015 alle 14:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Una vita di ossimori.
26 aprile 2015
Ho sognato che avevo ancora vent'anni.
Ho sognato una mattina in un luogo pieno di libri,
e io ero felice perchè quel pomeriggio avrei tolto l'apparecchio.
Ero felice perchè il giorno prima era successo qualcosa di bello,
e poi entrò qualcuno dalla porta
e io gli sorrisi apertamente, anche se non avevo ancora tolto l'apparecchio.

Ho sognato che avevo già trent'anni
e la mia vita era diventata secca, arida e insipida,
senza più sale e carboidrati.
Una vita spesa a fare attenzione,
alle mie parole,
ai dolci e ai miei carboidrati.
Una vita spesa a misurare la quantità di acqua extracellulare presente nel mio corpo,
a misurare la velocità del mio metabolismo.
Deve essere più veloce per digerire tutta questa noia. 
Una vita spesa a tenere sotto controllo i zuccheri,
e lo spuntino a metà giornata,
il sale rosa e il  pane di crusca.
La quantità di acqua da bere. 
A bere solo perchè serve, e non perchè si ha sete.
Una vita misurata, equilibrata, tenuta sotto controllo e misurata col metro: non deve andare oltre i 60 cm, perchè così dice la società. 
Ogni pomeriggio si deve dedicare almeno un'ora alla palestra, per tenere allenato il corpo, per far si che sia sano e forte, che elimini l'acqua in eccesso e non favorisca la cellulite: dopo  25 anni c'è il decadimento fisico di una donna, le cellule cominciano ad essere più lente ( anche se a livello super iper microscopico).
Ho sognato che però mi toglievo le scarpe da ginnastica e addentavo un panino caldo con la mortadella. 

Vorrei che fosse qualcuno a guidare me, ogni tanto. Vorrei avere le risposte a tutto quanto, vorrei solo sapere se sto facendo la cosa giusta, e se è giusto dubitare così tanto di questa tanto mia millantata scelta giusta. 
Dannato Febbraio. 
E dannate domeniche sere. 





permalink | inviato da Isilia il 26/4/2015 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mi faccio un bagno bollente, va'.
15 gennaio 2015
Sono contenta che questo spazio sia rimasto in vita.
Che questo mio diario personale non si sia arreso alla mia pigrizia che lascia tutto incompleto, tutto a metà. Il mio angolo sconosciuto al mondo, alle persone che amo, sul quale posso sentirmi libera di scrivere qualsiasi cosa: dove i miei sentimenti più intimi vengono condivisi con persone sconosciute. 
O forse non li legge mai nessuno. Ma la cosa bella è che non è importante chi li legge, o se li legge qualcuno.
Volevo dire. 
Tra due settimane fa un anno.
Non capisco come vanno queste cose, qual'è il meccanismo sinceramente. Perché fa così male? 12 mesi non sono abbastanza. Non sono niente rispetto ad una vita intera, e io ancora sento un dolore atroce e assolutamente indomabile anche solo nel scriverne. 
Un'avvenimento che ha cambiato la mia vita: che tutt'ora condiziona perennemente i miei stati d'animo. 
Com'è possibile, mi chiedo spesso. 
Gli occhi si fanno lucidi in un istante e vorrei scoppiare a piangere, disperatamente e urlando, come quando si era bambini e non si avevano limiti e vincoli. Adesso c'è il buon senso, la ragione e le coscienza a tenere a freno la follia della disperazione.
Lei mi manca ogni giorno. Ogni giorno ho paura di dimenticare la sua voce, il modo che aveva di rivolgersi a me, il modo in cui mi abbracciava, il modo in cui mi guardava. 
Diceva che ero la sua preferita e io mi sentivo il cuore avvolto in un cuscino che aveva il suo odore. Quanta magia mi ha passato e insegnato: è qualcosa che non posso spiegare agli altri. Non posso parlare dell'effetto che le sue parole rassicuranti avevano per me: ero sicura che quello che diceva si sarebbe avverato (come poi in effetti è sempre accaduto), ed ero sicura che era vero che pregava per me sempre. Ero sicura della sua protezione perenne, del suo pensiero sempre rivolto al mio cuore. Forse solo mia madre sa quanto importante fosse, lei, per me. Un anno è già volato via e la mia ferita non è assolutamente e in alcun modo guarita: nemmeno un piccolo accenno di cicatrizzazione. 
Ogni tanto faccio finta che lei sia affianco a me, seduta sul letto, come faceva sempre.
La domenica mattina veniva a svegliarmi con dolcezza, ma non tanto con la pretesa di farmi alzare, ma solo così, per farmi una carezza e per dirmi che ero la sua stella.
Fa male ricordare tutte queste cose. Fa male sapere che era l'unica persona al mondo a cui riversavo spontaneamente il mio affetto fisico: non sono una persona che abbraccia la gente. Non sono propensa al contatto fisico, sebbene voglio bene a tanti. 
Ma Nonna era un'altra storia. 
Mi chiedo solo quando finirà tutto questo, quando starò meglio e sarò libera di pensare a lei senza che mi si squarci il cuore così, che cazzo. 
La cosa peggiore è che, in questa situazione, ho azzerato la mia tendenza al dramma, altrimenti non s'andava da nessuna parte: sono lucida e razionale. Ma nonostante la mia estrema lucidità, il dolore è ancora così vivo e io non so come fare.
Mi faccio un bagno bollente va'. 



permalink | inviato da Isilia il 15/1/2015 alle 23:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIARI
Un diario banale
7 novembre 2014
Vorrei che la mia vita tornasse ad essere semplice.
Meno frustrata.
Meno pesante.
Meno triste.
Certe volte riattivo il mio vecchio contatto di facebook solo per andare a guardarmi le foto, quelle dove sono taggata; giusto così, per riscoprire nei miei occhi l'incosciente serenità e felicità, nonostante le mie stupidissime pene d'amore (che all'epoca poi mi sembravano tragedie cadute in terra). Vedo già la differenze nella piega delle labbra: par quasi più amara, piegata all'ingiù da piccole e invisibili rughe d'espressione che, tuttavia, prima non avevo. Ci sono occhi più accesi, più sorridenti, del tutto privi dell'amarezza che vi vedo riflessa oggi, quando mi guardo allo specchio e cerco una parte di me che forse è andata persa del tutto. Vedo più amici, più persone, diverse tra loro, che mi circondano: e adesso non so neanche cosa fanno o chi sono diventate. 
Vorrei che quello che mi è successo nell'ultimo anno non mi avesse segnato così profondamente: vorrei che il presente non mi fosse precipitato addosso con tutta la sua urgenza e la sua pesantezza; vorrei che la disillusione non fosse stato un muro così vicino e inaspettato, vorrei averlo visto prima, in modo da rallentare. Invece lo schianto è stato tale che nessun carrozziere saprebbe riparare il danno: ho dovuto buttare il mio veicolo, direttamente. 
Vorrei non essere così severa con il mio corpo: perennemente criticato e privato, esattamente come faccio con la mia autostima e la mia mente. 
Ci sono momenti, attimi di pura lucidità per lo più, dove mi rendo conto che non sono preparata a nulla: la sconfitta è talmente inaccettabile che devo sforzarmi di zittire le voci di trionfo che rimbombano nella mia testa, le stesse che dicono che non ce la farò mai, che sono inutile, che sono incapace. Forse, il fatto che mi circondo di persone che pensano che io sia incapace non fa altro che alimentare questa insana tendenza che mi sta montando dentro: l'università, conclusa oramai, non mi ha dato nulla che serva; nessuna arte da mettere da parte, nessuna scintilla che mi facesse brillare nel buio, nessun vantaggio rispetto alla commessa della Crai vicino casa mia.
Mi penso amaramente della presunzione e dell'arroganza che vantavo durante i miei futili 18 anni, quando pensavo che io mi sarei distinta tra tutto, che sebbene la facoltà di Lettere sia una delle più importanti nel produrre disoccupati cronici, io sarei stata quella che ce la fa. Quella che vince. E che se tutto va male, scrive un libro. Ora mi trovo a 26 anni, e di libri ne ho iniziati a centinaia. Di conclusi, nessuno. Di preparazione al lavoro, niente. Di vittorie, nessuna. 
Mi ritrovo con una mancanza che brucia così tanto da appannarmi la vista appena ne accenno, anche alla prima riga. Ogni parola diventa troppo pesante persino per essere scritta. 
E se questo fosse un diario, il suo titolo sarebbe "Diario di una persona banale": è tutto monotono, fisso e concluso su di un unica somma, la frustrazione. 
Vorrei avere davvero il coraggio di cui mi vanto. Vorrei, davvero, essere la persona che mi sono costruita. 
Il momento peggiore è quando sono da sola. Non ho nessuno a cui mostrare la mia costruzione. Per cui, una volta che mi sono svestita, c'è solo la mia pelle sincera a parlare con me. 
E, dio santo, ha una voce che odio. 



permalink | inviato da Isilia il 7/11/2014 alle 0:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Troppe cose
29 giugno 2014
E' stato un anno del cazzo.

Quando Daniela se n'è andata non sono riuscita a piangere. L'ultimo abbraccio che ci siamo date è stato strano: era come sancire una chiusura. Un epoca che se ne andava, ed una nuova che veniva. Nonostante sentissi dentro di me una tempesta, un fiume in piena pronto a straripare, il mio cinismo e la mia freddezza sono stati in grado di contenere quella marea. Col tempo, poi, tutta quell'acqua si è cristallizzata, ghiacciando dentro di se tutti i ricordi e tutte le emozioni legate a quella persona. Quando cresci con qualcuno e ci dividi cibo e sonno, è strano quando se ne va. Sapevo che l'America era una distanza emotiva, non tanto fisica. Troppo male era stato fatto, e troppa distanza si era creata l'una dall'altra.
Sapevo anche che il dolore per me era appena iniziato.
Se ripenso ai mesi prima della caduta mi ritrovo a visualizzare una persona diversa da quello che sono adesso. 
Mi fa male però. Devo constatarlo e ammetterlo, questo si, devo farlo. Il fatto che lei abbia peggiorato i rapporti con mia sorella, non riuscendo ad andare oltre una stupidaggine legata ad un ragazzo, non ha fatto altro che farmi ridere. Ridere, si. Una risata dal retrogusto così amaro che provoca fastidiosi conati di vomito e veleno. 
Un aggancio nemmeno lo trovo più. Un ancora che mi riporti indietro, agli anni di profonda e morbosa amicizia con quella che consideravo "la mia persona", per utilizzare termini di Meredith Grey. Quando perdi la tua persona, diventi un solo pezzo, distante da tutti. L'amicizia dunque, diventa una questione del tutto relativa, un opzione superflua alla tua vita, che ora inizia tutta a programmarsi verso il lavoro, l'età adulta, una casa, l'indipendenza. 
La perdita, tuttavia, mi rendo conto che è una costante invariabile della vita di tutti. Non mi azzardo a pretendere nessun primato di sofferenza, anzi. La tengo ben silenziosa dentro di me, non vorrei apparire superba nel dolore che certe volte si sente davvero troppo. 
So perfettamente che cose ben peggiori accadono alle persone ogni giorni, ovunque.




permalink | inviato da Isilia il 29/6/2014 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIARI
Per sempre
13 febbraio 2014

Ovunque tu sia, qualunque cosa tu sia ora,
spero che tu non ti dimentichi mai di me. 
Perchè io non lo farò, mai.
Spero di sognarti, ma non succede.
Spero di intravederti,
nelle persone,
per strada,
negli odori.
Ma non succede.
Non ti penso mai, perdonami,
perchè se lo faccio mi si squarcia il cuore,
e la gola.
Sembra quasi che la mia gola stia per squarciarsi,
come una lama rovente che fa così male.
Ovunque tu sia,
qualunque cosa tu sia,
spero che tu stia bene.
Spero che mi pensi, ogni tanto,
o forse, 
in quell'assolutezza di pace
ci si dimentica di noi.
Spero di no.
E' la cosa che più mi terrorizza.
Che tu ti dimentichi di me.
Ovunque tu sia,
qualunque cosa tu sia,
sarai sempre e per sempre
in ogni angolo
in ogni vena
e in ogni respiro
del mio cuore.
Sei in ogni mia lacrima.
Vorrei sentirti vicina,
ma non succede.



permalink | inviato da Isilia il 13/2/2014 alle 19:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Sono coerente perciò sono depressa anche a Natale.
24 dicembre 2013
Buon Natale un paio di palle.

Tu! Che leggi il mio blog, identificati, su.
Che cazz.

Comunque, eccoci alla solita riflessione appucundriaca natalizia.
Allora.
Il mio fidanzato si incazza quando mi piango addosso, ma credo sia proprio il caso di farlo ora.
La fase senilità secondo Valentina si apre nel momento in cui ti ubriachi a tavola, con i tuoi.
Ebbene, miei cari,è successo. A me. Oggi.
Durante il mio malinconico e poco sentito cenone di Natale.
Che schifo la vita.

Nella mia testa in questo istante parla una voce in inglese di un qualche telefilm, sono indecisa tra Rachel di Glee o Mary di Reign. Forse più Mary, purèll ten na cazz e storja. 
 
"I failed everything! In this moment, i'm sorry i'm drunk, i feel so useless! So ashamed of my self! And that's incredible becouse i've always been so strong! And now? Well... now i'm drunk! And i got drunk with my parents! Can you believe it? Now, my dears, i can say that i'm old. Yes, i'm alone, i'm drunk and old. That's it. That's my story. I have no friend, no work, no satisfaction at university. And i don't know, i absolutely don't know, how it was possible! How i could get this loneliness?"

Così, in questo maccheronico inglese continua il monologo nella mia testa.
Il mio punto di partenza è sempre il mio stesso punto di arrivo.
Così.
Seriamente parlando.
Non vedo l'ora che questo buco nero immenso si chiuda, e si porti con se questo dolore immane che non riesco a gestire, che si porti via la rabbia e la frustrazione, la mia perenne insoddisfazione.
Non voglio essere melodrammatica, ma non ce la faccio più a stare male.
Lo dico sinceramente, davvero,
con obiettività.
Non ce la faccio proprio più a stare male.
La cosa peggiore è che nessuno sembra capirlo, nessuno sembra capire che non me ne faccio un cazzo delle parole e degli abbracci, e che una serata divertente può aiutarmi molto più di un pianto e un bacio.
Perchè nessuno capisce?
Perchè mi sono ridotta così a piangermi addosso?
Perchè per avere quello che voglio dovrei scuotermi di dosso tutto quello che ho, e alcune cose non riesco ad abbandonarle, ne morirei credo.
La vita non è questa forse? sacrifici? compromessi? modifiche di te stesso?
Non lo so. Non so nemmeno se siano i quesiti giusti da farsi a Natale.
 



permalink | inviato da Isilia il 24/12/2013 alle 21:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIARI
Sempre
20 novembre 2013
Non lo so.
Gianluca diceva che sotto sofferenza le cose mi uscivano meglio. Dovevo però imparare ad afferrare quel talento, e utilizzarlo sempre. Non solo quando soffro.
Non ho mai seguito nessuno dei suoi consigli.
Nemmeno quello di provare seriamente alla Holden.
Ora come ora, mi sento lontana anni luce dal mondo reale. Lo tengo chiuso fuori, insieme a questo vento terribile che ha cominciato a soffiare nei miei giorni di dolore. Il dolore nel petto si fa sempre più largo quando prendo coscienza del fatto che questo non è niente, che i giorni terribili ancora devono arrivare, che sarà sempre peggio, sempre peggio. Fino ad arrivare alla fine, dove il mio cuore sarà in pezzi così piccoli e minuscoli che da sola non riuscirò mai a raccoglierli.
Lo so che è il corso naturale della vita.
Che il cerchio si chiude da sempre e per sempre così. Sei pensiero, sei amore, sei figlia, sei sorella, sei moglie, sei madre, sei zia, sei nonna, e infine sei di nuovo amore e pensiero, e anche ricordo.
So bene che sono fortunata perchè questa donna strana di nome morte è entrata solo da poco nella mia vita, l'ho sempre vista da lontano.
Abbiamo tutti questa stupida, stupidissima, convinzione che non toccherà mai a noi, ma così vicino, ma sempre agli altri, sempre in tv, sempre agli amici.
Poi si apre questo buco nero improvviso, al quale nessuno ti prepara.
Dovremmo non affezionarci mai alle persone che se ne vanno presto. A quelle che sappiamo se ne vanno presto.
Dovrebbero, almeno, insegnarci a come gestire questo fiume si dolore che straripa dagli occhi e dal cuore e uno non sa dove metterlo, non bastano gli asciugamani per asciugare tutta quell'acqua.
Dovrebbero insegnarcelo, ecco.
Non ha niente a che vedere con gli amori perduti, con il ragazzo che ti fa soffrire o con la tua famiglia che vacilla.
Niente di tutto questo ha la potenza distruttiva della morte.
Ci sono momenti in cui mi dimentico di tutto e sono improvvisamente serena, rido e saltello.
Ma poi, quando sono da sola, o quando è buio e i pensieri si fanno pesanti, mi trascina nel vortice questa tempesta di dolore polveroso, vecchio come il mondo. 
Stasera sono andata ad un compleanno ma sono voluta tornare a casa dopo pochissimo tempo.
Mi da fastidio la gente. Le persone. Le risate.
E mi ripeto sempre che siamo solo agli inizi.
Come farò. Come diavolo farò.
Mi toglie il fiato. Smetto completamente di respirare certi momenti.
Ho troppi ricordi in quella casa, in quel paese, al mare, alla sabbia e gli incantesimi di Natale.
Ho la sabbia nel cuore, me la l'ha lanciata lei con una manciata qualche Natale fa. Per proteggermi dal male diceva. Perchè i chicchi di sabbia sono così tanti che non si contano, e quindi il male non ti trova. Ho le sue preghiere cucite addosso e tra i capelli, me le accarezzava addosso la notte quando mi accarezzava nel lettone gigante della sua stanza da letto, quando era notte e io dormivo con lei i sonni più tranquilli. E' l'inverno e l'estate insieme. E' Natale e i capelli asciugati al sole fuori quel balcone striminzito. E' l'odore di basilico strusciato sulla pelle perchè allontana le zanzare. 
Ho il suo respiro nel mio respiro perchè ha visto i miei primi sguardi, le mie prime mosse e i miei primi pianti. 
Eppure, è solo l'inizio.
Ho pregato tanto, davvero.
Ho pregato davvero davvero tanto.
Ora però non so per cosa pregare di preciso.
Vorrei averla con me, sempre.



permalink | inviato da Isilia il 20/11/2013 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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